Bel documentario che ci parla dell'Irlanda cattolica e San Patrizio.
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Regia e Testi Luigi Boneschi- Riprese Willy Tonna, Massimo Lenzi- Montaggio Ivan Zuccon- Organizzazione e Traduzione Kieran Troy.
Bel documentario che ci parla dell'Irlanda cattolica e San Patrizio.
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Regia e Testi Luigi Boneschi- Riprese Willy Tonna, Massimo Lenzi- Montaggio Ivan Zuccon- Organizzazione e Traduzione Kieran Troy.
Dalla «Lettera della
chiesa di Smirne sul martirio di san Policarpo»
(13, 2-15, 3;
Funk, Patres apost. 1, 297-299)
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Quando il rogo fu pronto,
Policarpo si spogliò di tutte le vesti e, sciolta la cintura,
tentava anche di togliersi i calzari, cosa che prima non faceva,
perché sempre tutti i fedeli andavano a gara a chi più celermente
riuscisse a toccare il suo corpo. Anche prima del martirio era stato
trattato con ogni rispetto, per i suoi santi costumi. Subito fu
circondato di tutti gli strumenti che erano stati preparati per il
suo rogo. Ma quando stavano per configgerlo con i chiodi disse:
«Lasciatemi così: perché colui che mi dà la grazia di sopportare
il fuoco mi concederà anche di rimanere immobile sul rogo senza la
vostra precauzione dei chiodi». Quelli allora non lo confissero con
i chiodi ma lo legarono.
Egli dunque, con le mani dietro la
schiena e legato, come un bell'ariete scelto da un gregge numeroso,
quale vittima accetta a Dio preparava per il sacrificio, levando gli
occhi al cielo disse: «Signore, Dio onnipotente, Padre del tuo
diletto e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti
abbiamo conosciuto; Dio degli Angeli e delle Virtù, di ogni creatura
e di tutta la stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto: io ti
benedico perché mi hai stimato degno in questo giorno e in quest'ora
di partecipare, con tutti i martiri, al calice del tuo Cristo, per la
risurrezione dell'anima e del corpo nella vita eterna,
nell'incorruttibilità per mezzo dello Spirito Santo. Possa io oggi
essere accolto con essi al tuo cospetto quale sacrificio ricco e
gradito, così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato
e me l'hai fatto vedere in anticipo e ora l'hai adempiuto.
Per
questo e per tutte le cose io ti lodo, ti benedico, ti glorifico
insieme con l'eterno e celeste sacerdote Gesù Cristo, tuo diletto
Figlio, per mezzo del quale a te e allo Spirito Santo sia gloria ora
e nei secoli futuri. Amen». Dopo che ebbe pronunciato l'Amen e
finito di pregare, gli addetti al rogo accesero il fuoco. Levatasi
una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo perfettamente,
vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per
annunziare agli altri le cose che accaddero.
Il fuoco si dispose a
forma di arco a volta come la vela di una nave gonfiata dal vento e
avvolse il corpo del martire come una parete. Il corpo stava al
centro di essa, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane
cotto oppure oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta
soavità di profumo, come di incenso o di qualche altro aroma
prezioso.
Un'epica ricostruzione storica che ripercorre la straordinaria ascesa e caduta dell'Ordine dei Cavalieri Teutonici, dalla loro nascita durante le Crociate del XII secolo fino alla dissoluzione nel 1525. Diretto dal regista polacco Christophe Talczewski, questo documentario è frutto di una coproduzione europea tra il canale franco-tedesco Arte e la casa di produzione polacca Gastonik Film.
Il racconto inizia nel 1189 con l'assedio di San Giovanni d'Acri, dove mercanti tedeschi di Brema creano un ospedale improvvisato che darà vita all'Ordine Teutonico. Sotto la guida del visionario Hermann von Salza, l'ordine si trasforma da semplice confraternita caritativa in una delle più influenti potenze militari d'Europa. La narrazione segue l'espansione dell'ordine dall'Ungheria alla Prussia, dove i cavalieri costruiscono uno stato modello con un'amministrazione efficiente, un sistema postale avanzato e fortezze innovative. Il documentario culmina con la battaglia di Grunwald nel 1410, punto di svolta che segna l'inizio del declino teutonico, fino alla definitiva secolarizzazione sotto Alberto di Brandeburgo nel 1525.
Cari fratelli e sorelle,
durante le catechesi di questi mercoledì sto trattando di alcune grandi figure della vita della Chiesa fin dalle sue origini. Oggi vorrei soffermarmi su una delle più significative personalità del secolo XI, san Pier Damiani, monaco, amante della solitudine e, insieme, intrepido uomo di Chiesa, impegnato in prima persona nell’opera di riforma avviata dai Papi del tempo. Nacque a Ravenna nel 1007 da famiglia nobile, ma disagiata. Rimasto orfano di ambedue i genitori, visse un’infanzia non priva di stenti e di sofferenze, anche se la sorella Roselinda si impegnò a fargli da mamma e il fratello maggiore Damiano lo adottò come figlio. Proprio per questo sarà poi chiamato Piero di Damiano, Pier Damiani. La formazione gli venne impartita prima a Faenza e poi a Parma, dove, già all’età di 25 anni, lo troviamo impegnato nell’insegnamento. Accanto ad una buona competenza nel campo del diritto, acquisì una raffinata perizia nell’arte del comporre – l’ars scribendi – e, grazie alla sua conoscenza dei grandi classici latini, diventò “uno dei migliori latinisti del suo tempo, uno dei più grandi scrittori del medioevo latino” (J. Leclercq, Pierre Damien, ermite et homme d’Église, Roma 1960, p. 172).
Si distinse nei generi letterari più diversi: dalle lettere ai sermoni, dalle agiografie alle preghiere, dai poemi agli epigrammi. La sua sensibilità per la bellezza lo portava alla contemplazione poetica del mondo. Pier Damiani concepiva l'universo come una inesauribile “parabola” e una distesa di simboli, da cui partire per interpretare la vita interiore e la realtà divina e soprannaturale. In questa prospettiva, intorno all’anno 1034, la contemplazione dell’assoluto di Dio lo spinse a staccarsi progressivamente dal mondo e dalle sue realtà effimere, per ritirarsi nel monastero di Fonte Avellana, fondato solo qualche decennio prima, ma già famoso per la sua austerità. Ad edificazione dei monaci egli scrisse la Vita del fondatore, san Romualdo di Ravenna, e s’impegnò al tempo stesso ad approfondirne la spiritualità, esponendo il suo ideale del monachesimo eremitico.
Sulla Via Appia nel complesso cimiteriale dove sono sepolti decine di martiri, moltissimi cristiani e ben 16 pontefici, è stata restaurata la celebre transenna marmorea che conserva la più antica menzione del vescovo di Roma.
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Nonostante le centinaia di visitatori che ogni giorno affollano le gallerie ipogee della Catacomba di San Callisto, la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha avviato negli ultimi mesi un ambizioso programma di valorizzazione, destinato all’apertura al pubblico del settore delle tombe dei papi Gaio (283-296) ed Eusebio (309), ora solo parzialmente visitabile, e di quello attiguo, assai notevole per le originali soluzioni architettoniche dei suoi cubicoli, conosciuto con la denominazione storica di santa Sotere, celebre martire antenata di S. Ambrogio. Nell’ambito di questo vasto progetto di recupero, si è intrapreso il restauro della transenna marmorea con l’iscrizione del diacono Severo, sotto la direzione scientifica di chi scrive e ricorrendo alla competenza di Carlo Usai.
Tale manufatto fu rinvenuto alla metà circa dell’Ottocento da Giovanni Battista de Rossi, negli anni degli scavi e delle scoperte nel comprensorio callistiano della via Appia antica, anni che segnarono la nascita della moderna archeologia cristiana. Al celebre studioso romano fu da subito chiaro che la transenna chiudeva l’arcosolio della parete di fondo dell’ambiente nel quale venne ritrovata, proprio quel «cubiculum duplex cum arcisoliis et luminare» («cubicolo doppio con arcosoli e lucernario») descritto nell’iscrizione.
Il restauro ha accentuato i segni inequivocabili del primitivo utilizzo del marmo, vale a dire l’epigrafe incisa sul retro, dimostrando l’appartenenza del manufatto all’economia del reimpiego, il quale nella sua precedente vita era destinato a un monumento funerario pagano. Proprio per questo, dopo la scoperta la lastra fu montata su una base di travertino dotata di un perno metallico girevole, così da consentirne la visione a 360°. Ma c’è di più: alcune sofisticate fotografie al microscopio eseguite durante il restauro hanno consentito di appurare l’autenticità della rubricatura delle lettere, rimasta intatta nei secoli, quale espediente decorativo particolarmente utile nella penombra degli spazi catacombali.
Forgia è un libro di spiritualità di san Josemaría Escrivá, pubblicato postumo nel 1987. Composto da 1055 brevi punti, funge da guida per la meditazione e la vita cristiana, concentrandosi sulla lotta interiore e la santificazione quotidiana nel lavoro e nelle circostanze ordinarie.
Aspetti chiave di Forgia:
Struttura: Il libro è organizzato in capitoli che tracciano un percorso spirituale: dalle folgorazioni iniziali alla lotta, passando per la sconfitta, il pessimismo, la ripresa, il lavoro, fino alla fecondità e all'eternità.
Obiettivo: Desidera infiammare le anime nell'Amore divino, lavorandole "col fuoco e col martello" per trasformarle in gioielli per Dio.
Tematiche: Enfasi sulla santità nel quotidiano, l'audacia nella fede, la necessità della preghiera, l'ottimismo cristiano e la gioia anche nelle difficoltà.
Dell'aurora tu sorgi più
bella,
coi tuoi raggi a far lieta la terra,
e tra gli astri che
il cielo rinserra
non v'è stella più bella di te.
Bella
tu sei qual sole,
bianca più della luna,
e le stelle più
belle
non son belle al par di Te.
Gli
occhi tuoi son più belli del mare,
la tua fronte ha il colore del
giglio,
le tue gote baciate dal Figlio
son due rose, le labbra
son fior.
T'incoronano
dodici stelle,
al tuo piè piegan l'ali del vento,
della luna
s'incurva l'argento,
il tuo manto ha il colore del ciel.
De
le perle Tu passi l'incanto,
la bellezza Tu vinci dei fiori,
Tu
dell'iride eclissi i bagliori,
il tuo viso rapisce il Signor.