venerdì 15 agosto 2025

Cardinale Giuseppe Siri - Assunzione di Maria

(card. G. Siri, omelia per l'Assunzione, Sestri Ponente, 1963)

È ben noto a voi che la verità della Assunzione della Vergine ci porta all'ultimo momento della sua traiettoria terrena; ultimo momento che è diverso da quello di tutte le altre creature passate in questo mondo, perché Essa, vittoriosa della morte, nella unità dell'anima e del corpo, entra nella gloria eterna, Madre di Cristo e Regina di tutte le cose. La festa di oggi ci fa guardare all'ultimo momento.

Ed ecco un particolare che può sembrare strano: il Vangelo che è stato cantato invece riguarda il primo momento, non l'ultimo, riguarda cioè i primi giorni che seguono l’Annunciazione della Vergine. È una cosa strana che nella festa dell'ultimo momento si legga il Vangelo che riguarda il primo momento. Ci chiederemo il perché.

Vedete, perché nel giorno in cui si ricorda l'ultimo episodio della Vergine si legge questo brano che riguarda il principio? Perché a principio la sua strada era già segnata, ed il principio sta all'altezza della fine. La strada della Vergine è fra questi due punti, la sua strada.

Vi prego di dare uno sguardo alla sua strada, perché è qui dove caveremo qualcosa che sarà utile a noi. Credete voi che le sia stato tolto in questa strada di soffrire, di combattere? No, il dolore le era stato lasciato tutto; le dimensioni umane della sua via rimangono. Vedete, appena avuto l'annuncio di essere la Madre di Gesù, è andata a trovare Elisabetta: sono 150 chilometri. Badate, che li ha fatti a piedi: le dimensioni umane rimangono intatte! Lei non è mica stata ospite d'onore! É andata e ha fatto la serva, essa, la Madre di Dio! Come vedete, la dimensione umana resta. Ha fatto la serva per tre mesi! Sua cugina era vecchia e bisognava servirla. Lo ha fatto. Si è mossa essa.

Vedete, si è mossa poi sempre: tutti i Santuari di questo mondo che hanno avuto origine da una apparizione della Vergine sono la continuazione di questo. È essa che va a trovare i suoi figli, e il fatto che abbiamo letto questa mattina ha continuato a ripetersi dopo la sua Assunzione. Chissà quante altre volte si ripeterà ancora nella storia!

giovedì 14 agosto 2025

Beato Isacco della Stella - Cristo non Vuole Perdonare nulla Senza la Chiesa

Dai «Discorsi» del beato Isacco, abate del monastero della Stella.
(Disc. 11; PL 194, 1728-1729)

Due sono le cose che sono riservate a Dio solo: l’onore della confessione e il potere della remissione. A lui noi dobbiamo fare la nostra confessione; da lui dobbiamo aspettarci la remissione.

A Dio solo infatti spetta rimettere i peccati e perciò a lui ci si deve confessare. Ma l’Onnipotente, avendo preso in sposa una debole e l’eccelso una di bassa condizione, da schiava ne ha fatto una regina e colei che gli stava sotto i piedi la pose al suo fianco. Uscì infatti dal suo costato, donde la fidanzò a sé.

E come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, essendo una cosa sola per natura, così lo sposo ha dato tutte le cose sue alla sposa, e lo sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Voglio, dice il Figlio al Padre, pregando per la sposa, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21).

Lo sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa; quello che ha trovato di estraneo nella sposa l’ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei sul legno e li ha eliminati per mezzo del legno. Quanto appartiene per natura alla sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito; invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l’ha regalato alla sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell’uomo, donò ciò che era di Dio. Per questo quanto è della sposa è anche dello sposo.

Ed ecco allora che colui che non commise peccato e sulla cui bocca non fu trovato inganno, può dire: «Pietà di me, o Signore: vengo meno» (Sal 6, 3), perché colui che ha la debolezza di lei, ne abbia anche il pianto e tutto sia comune allo sposo e alla sposa. Da qui l’onore della confessione e il potere della remissione, per cui si deve dire: «Va’ a mostrarti al sacerdote» (Mt 8, 4).

Perciò nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo e Cristo non vuol rimettere nulla senza la Chiesa.

Nulla può rimettere la Chiesa se non a chi è pentito, cioè a colui che Cristo ha toccato con la sua grazia; Cristo nulla vuol ritenere per perdonato a chi disprezza la Chiesa. «Quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Mt 19, 6; Ef 5, 32). Non voler dunque smembrare il capo dal corpo. Il Cristo non sarebbe più tutto intero. Cristo infatti non è mai intero senza la Chiesa, come la Chiesa non è mai intera senza Cristo. Infatti il Cristo totale ed integro è capo e corpo ad un tempo; per questo dice: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

Questi è il solo uomo che rimette i peccati.

sabato 9 agosto 2025

Serie Tv - Ben-Hur (2010)

 

Un giudeo, nella Palestina del I secolo d.C., è accusato di aver attentato all'Impero Romano. Tradito anche dal suo amico d'infanzia, Messala, che è ormai un fiero soldato di Roma, Ben Hur viene reso schiavo.

 

Parte Prima:  https://www.dailymotion.com/video/x16mxwi

Parte Seconda: https://www.dailymotion.com/video/x16mpu3

Parte Terza: https://www.dailymotion.com/video/x16mmp6

domenica 3 agosto 2025

Marco, Capitolo 11, Versetti 1-10

E avvicinandosi a Gerusalemme e a Betania al monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrando là troverete un asinello legato sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: Che cosa fate?, dite che il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito. E andando trovarono un asinello legato vicino alla porta fuori nel bivio, e lo sciolsero. E alcuni dei presenti dissero loro: Che cosa fate sciogliendo l'asinello? E dissero loro come aveva comandato loro Gesù, e li lasciarono andare. E condussero l'asinello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi sedette sopra. E molti stendevano sulla strada i loro mantelli e altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. E quelli che precedevano e quelli che seguivano gridavano dicendo: Osanna, «Benedetto colui che viene nel nome del Signore», Benedetto il regno che viene del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!

Crisostomo: Dopo che il Signore aveva dato delle prove sufficienti della sua potenza, e la croce era già alle porte, operò tutto con maggiore chiarezza, così che avrebbe infiammato gli avversari; e quindi, sebbene molte volte prima fosse salito a Gerusalemme, tuttavia mai con tanta eccellenza come adesso. Teofilatto: Al fine che, se volevano, potessero riconoscere la sua gloria e per le profezie compiute a suo riguardo sapessero che era vero Dio; se invece non volevano, subissero un giudizi più severo, per non avere creduto a miracoli così chiari.

Segue: E quelli che precedevano e quelli che seguivano gridavano dicendo: Osanna, «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Crisostomo: La moltitudine infatti, finché non fu corrotta, conobbe ciò che era conveniente; per cui onorificò Gesù, ciascuno secondo la propria virtù; per cui coloro che lo lodavano assunsero un inno levitico dicendo Osanna, che secondo alcuni significa: Salvami, secondo altri: Inno. Ritengo però che il primo senso sia più vero, poiché nel Salmo 175,25 si ha: «Signore salvami», che in ebraico è scritto Osanna. Girolamo: Gli uomini gridano: «salvami», poiché ciò che essi domandano è di essere salvati da quel benedetto, quel vincitore, colui che viene nel nome del Signore, vale a dire di suo Padre. Egli viene nel suo nome, poiché il Figlio riceve il nome del Padre, come il Padre riceve il nome del Figlio.

Segue: Benedetto il regno che viene del nostro padre Davide. Teofilatto: Dicevano regno di Davide il regno di Cristo sia perché Cristo era della discendenza di Davide, sia perché Davide si interpreta forte di mano: chi infatti fu forte di mano se non il Signore, la cui mano ha operato tanti e tali miracoli?

Beda: Leggiamo poi nel Vangelo di Giovanni che fuggì sul monte perché non lo facessero re. Ma ora che viene a patire a Gerusalemme non fugge coloro che lo chiamano re, per mostrare chiaramente che l'impero che egli vuole fondare non è un impero terreno e temporale, ma celeste ed eterno, e che egli vi giungerà con il disprezzo della morte. Bisogna poi notare quanto sia grande la consonanza della folla con la voce di Gabriele, il quale dice (Lc 1,32): «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre», perché egli trascini ai cieli, con la parola e l'esempio, la nazione che un tempo Davide resse con un governo temporale.

domenica 27 luglio 2025

Marco, Capitolo 10, Versetti 46-52

E vengono a Gerico. E partendo da Gerico lui e i suoi discepoli e una grande moltitudine, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. E avendo udito che c'era Gesù il Nazareno, cominciò a gridare e a dire: Figlio di Davide, abbi pietà di me. E molti lo minacciavano perché tacesse, ma egli gridava molto di più: Figlio di Davide, abbi pietà di me. E Gesù, ritto e in piedi, ordinò di chiamarlo. E chiamarono il cieco dicendogli: Coraggio, alzati, ti chiama. Ed egli, gettato il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. E Gesù rispondendogli disse: Che vuoi che ti faccia? E il cieco gli disse: Rabbuni, che io veda. Ma Gesù gli disse: Va', la tua fede ti ha salvato. E subito ci vide e lo seguiva lungo la strada.

Crisostomo: Il cieco chiama Gesù Figlio di Davide, udendo le parole della folla che lo accompagnava, e reso certo che le profezie si erano realizzate in lui.

Segue: Ed egli, gettato il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Origene: Forse il mantello del cieco mendicante rappresenta il velame della cecità e della mendicità da cui era circondato. E gettandolo va da Gesù, il quale lo interroga mentre si avvicina; per cui segue: E Gesù rispondendogli disse: Che vuoi che ti faccia? Beda: Forse colui che poteva rendere la luce ignorava ciò che voleva il cieco? Lo interroga perché egli domandi, lo interroga per eccitarlo alla preghiera. Crisostomo: Oppure egli domandò affinché non si pensasse che egli accordasse qualcosa che il cieco non voleva. Infatti era sua abitudine rendere nota a tutti la volontà di quelli che guariva, per condurre gli altri allo zelo, e per mostrare che la grazia cadeva su chi ne era degno.

Origene: Era meglio dire Rabbuni, o, come si dice altrove, Maestro, piuttosto che Figlio di Davide; per cui, avendo costui detto Figlio di Davide, non gli dà la salute; ma avendo detto Rabbuni, segue che: Gesù gli disse: Va', la tua fede ti ha salvato. E subito ci vide e lo seguiva lungo la strada. Teofilatto: Il cieco mostra un animo riconoscente poiché, una volta guarito, non lascia Gesù, ma lo segue.

Beda: Che poi avvicinandosi a Gerico ne avesse illuminato uno, e partendo da Gerico due, indica che prima della sua passione predicò soltanto al popolo giudaico, mentre dopo la risurrezione e l'ascensione svelò i misteri della sua divinità e umanità per mezzo degli Apostoli anche ai Giudei e alle Genti. Marco, che scrive per i Gentili, non ha parlato che della guarigione di un solo cieco, per indicare a coloro ai quali si indirizzava il suo Vangelo la figura speciale della loro conversione, mentre Matteo, il cui Vangelo si indirizzava prima di tutto ai Giudei, e doveva più tardi giungere ai Gentili, presenta con ragione la guarigione dei due ciechi, al fine di mostrare che la stessa fede doveva giungere ai due popoli. Questo cieco era seduto sul bordo del cammino al momento in cui Gesù usciva da Gerico, seguito dai discepoli e da una folla numerosa, figura di quel popolo dei Gentili che ricevette la speranza della luce nel momento in cui il Signore, salendo al cielo, era accompagnato sulla montagna dalla folla dei fedeli, e fino ai cieli dove entravano con lui tutti gli eletti che erano apparsi sulla terra fin dall'inizio del mondo. Questo popolo dei Gentili era allora seduto come un mendicante sul bordo del cammino, poiché non era ancora entrato nella via della verità, sforzandosi di giungervi.

venerdì 11 luglio 2025

l’Intervista Proibita a mons. Nicola Bux che ha provocato la Chiusura del Blog "Messa in Latino"

A seguito della bomba mediatica ecclesiastica dell’articolo di Diane Montagna dell’1 luglio che denunciava autentiche falsità di Papa Francesco nel Motu Proprio “Traditionis Custodes” che, contrariamente a quanto detto dai vescovi di tutto il mondo che si dichiaravano soddisfatti della liberalizzazione della Messa Tradizionale, affermava  la contrarietà dei Vescovi al Motu Proprio Summorum Pontificum e la divisività della Messa di san Pio V e ne limitava draconianamente la celebrazione, è uscito a tempo di record il testo completo a firma Mons. Nicola Bux e Saverio Gaeta che riporta i documenti, gli antefatti, il contesto e i fatti che hanno condotto allo svelamento dell’autentico imbroglio di Papa Bergoglio. Abbiamo deciso di chiedere a Mons. Nicola Bux come si è giunti a questo e cosa contiene l’Appello finale a Papa Leone XIV. (Luigi Casalini)

 ☩

  1. Monsignore, lei descrive la riforma liturgica postconciliare come un chiaro allontanamento dalle intenzioni autentiche del Concilio Vaticano II e della Sacrosanctum Concilium. Secondo lei, quale fu l’errore più grave nell’attuazione concreta della riforma liturgica?

Mettere al primo posto la partecipazione dei fedeli – diventata un ‘diritto’ – invece che i diritti di Dio, che con la sua Presenza rende possibile a noi di entrare in rapporto con Lui: questo è il culto divino: coltivare la relazione con il Signore. La liturgia è ‘sacra’ per questo, altrimenti è solo liturgia, ossia atto pubblico, incline all’esibizione, allo spettacolo, all’intrattenimento: come si dice in America: litur-teinement.

  1. Lei afferma che “la liturgia è divenuta un campo di battaglia”. Ritiene che questo conflitto sia destinato a durare oppure vede segnali di un possibile ritorno alla pace liturgica della Chiesa?

L’art.22c della Costituzione Liturgica del Vaticano II, ammonisce: nessuno assolutamente, anche se sacerdote, osi aggiungere, togliere o mutare alcunché. Ecco dobbiamo abbandonare l’idea che la sacra liturgia sia a nostra disposizione: no, essa viene dall’alto e va semplicemente servita; non “animata”, perché è lo Spirito Santo che l’anima, non noi. Si deve approntare un “codice liturgico”, previsto già nei lavori della riforma pre-conciliare, con precise sanzioni per chiunque lo trasgredisca. Ne ha scritto lo studioso Daniele Nigro, in I diritti di Dio, Sugarco 2012, con prefazione del card.Burke. Non sono senza peccato i fautori delle deformazioni nel Novus Ordo, ma anche quelli del Vetus che non si attengono all’ultima edizione del Messale Romano del 1962, come prescritto dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Solo osservando l’ordine viene la pace, anche liturgica.

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