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martedì 6 febbraio 2018

Matteo, Capitolo 10, Versetti 24-25



Il discepolo non è più del maestro, né il servo più del suo padrone. Basta al discepolo di essere come il suo maestro, e al servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!

Crisostomo: Poiché sarebbe accaduto per i discepoli che alle persecuzioni già annunziate dovesse aggiungersi anche la diffamazione, che a molti appariva più onerosa, qui li consola con se stesso, e con le cose dette di lui; e a questa consolazione nessuna poteva essere uguale.

Ilario: Infatti il Signore, luce eterna, capo dei credenti e padre dell’immortalità, ha premesso ai suoi discepoli la consolazione delle future sofferenze, affinché noi considerassimo una gloria l’essere messi allo stesso livello del Signore, almeno nelle sofferenze.

Remigio: Chiama se stesso maestro e signore e vuole che si intendano per servi e discepoli i suoi Apostoli.

Glossa: Come se dicesse: non indignatevi se soffrite ciò che io soffro, poiché io sono il signore, facendo quanto voglio, e maestro, insegnando ciò che so essere utile.

Remigio: Come se dicesse: non cercate dunque gli onori temporali e la gloria umana, mentre mi vedete redimere il genere umano attraverso le derisioni e gli obbrobri.

Girolamo: Beelzebul è un idolo di Accaron, che nel libro dei Re è chiamato idolo delle mosche: Beel è lo stesso di Bel, o Baal; zebub invece significa mosca. Chiamavano dunque il principe dei demoni con il nome di un idolo sporchissimo, che è detto mosca per l’immondezza, che distrugge la soavità dell’olio.

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